La leggenda del “Ramo d’Oro”

di Domenico Ricciotti
Qualche giorno fa ho incontrato un conoscente che non vedevo più da alcuni anni. E come si usa in queste circostanze, ci siamo scambiati tutta una serie di reciproche informazioni. Al sapere della mia attuale residenza in Anzio, ha intrapreso un’interessante discorso su Enea, la costa anziate ed il mito del “ramo d’oro”.
Allora mi ha parlato di Enea che giunse sulle coste anziati, dove terminò il suo peregrinare dopo la distruzione di Troia. Ma vi ha inserito anche il bosco sacro a Diana Nemorense ai piedi dei Colli Albani. Non ho avuto il coraggio di svelargli la sua confusione. Pertanto mi sono convinto che è meglio, anche se non direttamente, chiarire a tutti alcune questioni che erano bensì confuse.
Per prima cosa è bene spiegare che Enea mai mise piede ad Anzio, dato che l’antica città non era stata ancora fondata. Ma neppure sbarcò sulle coste anziati. Infatti, ci narra l’Eneide che Enea prese terra alle foci del Tevere o, più probabilmente, nei pressi di Laurentum, quindi all’altezza o di Pratica di Mare o di Tor Vajanica. Anzio, poi, secondo la tradizione ebbe una fondazione greca, ovvero Anteo o Anthias, il figlio di Ulisse. Successivamente, la città fu rifondata da Ascanio, figlio di Enea, molti anni dopo la morte del padre.
Veniamo, però, al mito del “ramo d’oro”, che è sicuramente la parte più interessante.
Il mio interlocutore è riuscito a fondere, come fosse uno solo, ben due miti diversi, uno antico ed uno moderno.
Iniziamo da quello moderno. James Frazer scrisse un libro, “il Ramo d’Oro”, sulle origini della magia e a un certo punto racconta proprio la storia del “ramo d’oro”, senza però citare alcuna fonte certa e sicura da cui aveva tratto la storicità del suo racconto. E già per essere un libro sulla storia della magia, ha iniziato bene. Infatti, da nessuna parte si trova scritto che il “ramo d’oro” lo si trovava nel bosco sacro di Diana presso Nemi. E dalla straordinaria invenzione di Frazer i moderni occultisti hanno preso a popolare i Colli Albani per i loro oscuri “sabba” rituali e le loro lascive congiunzioni.
In realtà, il mito del “ramo d’oro” nasce nel VI libro dell’Eneide, quando Enea, spinto dal ricordo del padre Anchise, sbarca a Cuma e, grazie alla sibilla Deifobe, riesce a varcare la porta dell’Ade, presso il lago Averno. Prima della sua “catabasi”, ovvero discesa agli inferi, la sibilla gli fa prendere un ramoscello da una quercia [“latet arbore opaca aureus et foliis et lento ulmine ramus Iunoni infernae dictus sacer”] che invece in Frazer diventerà di vischio, e con quello riuscirà a calmare l’ira di Caronte. Quindi, il “ramo d’oro” è la chiave di accesso agli inferi. Quello stesso ramo, però, non sarà più di alcuna utilità nella “anabasi”, ovvero il ritorno di Enea e della sibilla alla luce del mondo sensibile. Infatti, basterà a loro passare indenni attraverso la porta dei “sogni ingannevoli”.
Per comprendere questo mito nella sua giusta realtà occorre aver chiari alcuni concetti, semplici, ma spesso vestiti di inutile mistero. In primis, cosa si intende per esoterismo? Per esoterismo si intende una serie di insegnamenti per comprendere i quali occorre avere ben salde e profonde alcune cognizioni, che non tutti hanno e che, se fosse aperto a tutti, creerebbe una grandissima confusione e inevitabile distorsione. L’esempio classico è la scuola aristotelica e platonica dell’antica grecia e quella ellenistico-alessandrina di Plotino. Nel rinascimento l’accademia fiorentina legata a Giorgio Gemisto Pletone, al cardinale Giovanni Basilio Bessarione e a Marsilio Ficino. A questo esoterismo si contrappone l’essoterismo, ovvero l’insegnamento che può e deve essere dato a tutti, perché facilmente comprensibile e non in grado di creare confusione ed errori.
In secundis, cosa è l’occultismo? L’occultismo è, invece, il tentativo di carpire, per bramosia personale e desiderio di potere, la conoscenza delle cosiddette forze occulte, oscure e, quindi, negative che dovrebbero permeare la natura. Spesso, troppo spesso, queste forze vengono fraintese, o vengono presentate da cattivi maestri, come forze naturali e non soprannaturali o infere.
In tertiis, cosa è la magia? Sia il racconto di Virgilio e sia il mito descritto da Frazer, pongono al centro il fenomeno magico. La magia, per come era intesa dalle primitive popolazioni, e quindi è anche il caso di Virgilio, è il tentativo dell’uomo di rapportarsi con la natura e le sue forze, di comprenderle per vivere in armonia con la natura stessa. Ma Virgilio fa un passo oltre. Enea compie la sua catabasi negli inferi allo scopo di conoscere il suo futuro. E’ ovviamente un artificio letterario, necessario a Virgilio per raccontare la grandezza di Roma e della famiglia Giulia. Ma se la magia cessa di essere un tentativo di cercare un’armonia con la natura, e diviene il costante sforzo di piegare ed utilizzare le forze occulte per la soddisfazione del proprio ego, allora si ha la negromanzia, la magia nera e rossa, che è un vero e proprio culto degli inferi, che sfocia inevitabilmente nel luciferismo e nel satanismo di ogni genere e sotto varie denominazioni.
Enea, in Virgilio, si mantiene al limite, usando il “ramo d’oro” per la sua discesa agli inferi per conoscere, non il suo destino personale, ma quello del popolo che a lui si era affidato per trovare una nuova patria, proprio nella terra dalla quale Dardano, antenato di Enea, era partito. Al contrario, il mito raccontato da Frazer è diverso al punto che il “ramo d’oro”, per qualcuno, assume il concetto di chiave per la propria personale discesa agli inferi al fine di entrare così in contatto con le forze occulte, per riuscire a piegarle alla propria volontà. Attenzione, chi scherza col diavolo si brucia sempre. In questo caso si perde completamente il significato “esoterico” del mito di Enea, a favore di quello “satanista” e “occultista”, sull’esempio di Aleister Crowley e di Helena Petrovna Blavatsky. L’eroe virgiliano non scende nell’Ade per propria scelta, non vuole trarne vantaggi personali, non ha ambizioni da soddisfare. Scende nell’Ade, non per conoscere il proprio futuro e, quindi, scansare un fato ostile, ma solamente per avere la certezza che la sua scelta, già operata in precedenza, era quella giusta, non per sé ma per il suo popolo.
Io non saprò mai se il mio conoscente comprenderà il mio razionale distacco di fronte alla sua personale ricerca del “ramo d’oro”. Spero per lui che non si rivolga ad un maghetto, consumistico e pericoloso, vestito da favoletta, come Harry Potter, ma trovi un bianco saggio alla Gandalf, come descritto da Tolkien nella trilogia de “Il Signore degli Anelli”.
Il “ramo d’oro”, chiave per scendere agli inferi, o come “l’Anello” che deve essere distrutto?
“Un anello per domarli. Un anello per trovarli.
Un anello per ghermirli e nel buio incatenarli
nella terra di Mordor, dove l’ombra cupa scende”.
(Da Tolkien, Il Signore degli Anelli)

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Pubblicato in AlchemicA

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